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Ubbidirono; ma le altre anatre intorno li guardarono e dissero ad alta voce: – Guarda! Guarda! Ora ci arriva tutta la processione! Come se non fossimo già abbastanza! Che orrore! Com'è brutto uno degli anatrini! Quello non lo vogliamo, tra noi! – E subito un'anatra volò su di lui e lo beccò alla nuca.
–Lascialo stare! – disse la madre. – Non ha fatto niente a nessuno! -
-Già, ma è troppo grosso e strano! – disse l'anatra che aveva beccato. – Dovrà prenderne tante! –
–Sono belli, i piccoli di madre anatra! – disse quella che aveva lo straccetto alla gamba. – Tutti belli, salvo uno che le è riuscito male! Vorrei che potesse rifarlo da capo! -
-Non è possibile, Vostra Grazia! – disse madre anatra. – Bello non è, ma ha un'indole molto buona, e nuota benissimo, come nessuno degli altri figli, forse un po' meglio, direi! Penso che crescendo si farà piú bello, e forse, col tempo, non sarà piú cosí grosso! Non è nato normale di corpo, perché è rimasto troppo a lungo nell'uovo! – E col becco lo grattò nella nuca e gli lisciò le piume. – Poi è un maschio –disse, – perciò poco importa! Penso che diventerà molto robusto e riuscirà a farsi strada! -
-Gli altri anatrini sono graziosissimi! – disse la vecchia anatra. –E ora fate come se foste a casa vostra, e se trovate una testa d'anguilla portatemela pure.
E si considerarono come a casa loro. Ma il povero anatroccolo che era uscito per ultimo dall'uovo ed era tanto brutto, venne morso, preso a spinte, deriso, sia dalle anatre che dalle galline. – £ troppo grosso! –dicevano tutti, e il tacchino, che era nato con gli speroni e credeva quindi di essere imperatore, si gonfiò come un bastimento dalle vele spiegate e parti contro di lui, gorgogliando di collera e con la testa tutta rossa. Il povero anatroccolo non sapeva dove stare né dove andare: era tristissimo, perché era brutto e perché era lo zimbello di tutto il pollaio.
Il primo giorno passò cosí, poi andò sempre peggio. Il povero anatroccolo era scacciato da tutti: perfino i suoi fratelli erano cattivi con lui, dicevano sempre: – Magari ti prendesse il gatto, brutto mostro! – E la madre diceva: – Come ti vorrei lontano! – E le anatre lo mordevano, le galline lo beccavano e la serva che portava da mangiare alle bestie lo scansava col piede.
Un bel giorno scappò, volando oltre la siepe; gli uccellini tra i cespugli, spaventati si alzarono a volo. – Sono scappati perché sono tanto brutto! – pensò l'anatroccolo, e chiuse gli occhi, ma continuò a scappare! Arrivò nella grande palude, dove abitavano le anatre selvatiche. Restò li tutta la notte; era tristissimo e stanco.
Al mattino, le anatre si alzarono e scorsero il nuovo compagno: – E tu, chi sei? – chiesero, e l'anatroccolo si girò di qua e di là salutando come meglio sapeva.
–Sei infinitamente brutto! – dissero le anatre selvatiche, – ma per noi fa lo stesso, purché non ti sposi nella nostra famiglia! –
Poveraccio! Non pensava davvero a sposarsi; chiedeva soltanto il permesso di stare tra i giunchi e di bere un po' d'acqua di palude.
Era li da due giorni e due notti, quando giunsero due oche selvatiche, anzi due paperi, poiché erano maschi: non era passato molto tempo da quando erano usciti ' dall'uovo, perciò erano tanto spavaldi.
– Ascolta, amico! – dissero. – Sei tanto brutto che ci piaci! Vuoi venire con noi e diventare uccello di passo? Non lontano di qui, in un'altra palude, abitano alcune oche selvatiche, amabili e belle, tutte signorine che dicono «qua!» Tu potrai aver fortuna con la tua bruttezza! – Proprio in quel momento «pum! pam!» si senti tutto d'un tratto, e i due paperi selvatici caddero morti tra i giunchi e l'acqua si fece rossa di sangue; «pum! pam!» si udí ancora sparare e interi stormi di oche selvatiche si alzarono a volo dai giunchi; subito si udí sparare di nuovo.
Era una grande battuta di caccia: i cacciatori s'erano sparpagliati per la palude, anzi, alcuni stavano appostati fra i rami degli alberi protesi sopra i giunchi; il fumo azzurrino passava come nuvola tra gli alberi scuri e restava a lungo sospeso sull'acqua; nel fango comparvero i cani da caccia: platsch! platsch! i giunchi e le canne vacillavano da ogni parte.
Che orribile spavento ebbe il povero anatroccolo! Rigirò il capo per ficcarselo sotto l'ala, ma proprio in quell'istante apparve vicinissimo a lui un cane enorme: la lingua gli penzolava lunghissima dalla bocca e gli occhi fiammeggiavano in un modo orrendo; accostò il muso all'anatroccolo, mostrò i denti aguzzi e platsch! si allontanò senza morderlo.
– Dio sia lodato! – sospirò l'anatroccolo. – Sono tanto brutto che perfino il cane non ha voglia di mordermi! –
Rimase cosí tutto tranquillo, mentre le palle di piombo fischiavano tra i giunchi e gli spari si susseguivano ininterrotti.
Soltanto a giorno inoltrato ritornò la calma, ma il povero anatroccolo non osava ancora rialzarsi; attese parecchie ore prima di guardarsi intorno, poi si allontanò dalla palude correndo disperatamente; attraversò campi e prati, ma soffiava un tal vento che stentava ad avanzare.
Verso sera raggiunse una povera capannuccia di contadini, cosí misera che non sapeva essa stessa da qual parte cadere, perciò restava in piedi; il vento soffiava con tal furia che il povero anatroccolo dovette sedersi sul didietro, per resistere, ma diventava sempre peggio; notò allora che la porta della capanna era uscita da uno dei cardini e stava obliqua, in modo che lui poteva, attraverso la fessura, infilarsi nella stanza: e cosí fece.
Qui abitava una vecchia con un gatto e una gallina; il gatto, che lei chiamava Pupo, sapeva inarcare la schiena, far le fusa, e perfino sprizzare scintille, ma per questo occorreva carezzarlo contropelo; la gallina aveva le zampe corte e perciò si chiamava Gambacorta-Coccodè: deponeva bene le uova e la vecchia l'amava come fosse stata sua figlia.
Al mattino l'anatroccolo estraneo fu subito notato, e il gatto cominciò a far le fusa e la gallina a chiocciare.
—Che succede? — disse la vecchia guardandosi intorno, ma non ci vedeva bene, e immaginò che l'anatroccolo fosse un'anatra grassa che si era smarrita. — Ci è caduta dal cielo! — disse. — Adesso avremo uova d'anatra, purché non sia maschio! Lo metterò alla prova! —
Cosí l'anatroccolo fu assunto in prova per tre settimane, ma non fece nessun uovo; il gatto era il padrone di casa, la gallina era la padrona, e dicevano sempre: — Noi e il mondo! — ed erano convinti di esserne la metà; la migliore, per giunta! L'anatroccolo era del parere che si poteva anche avere un'opinione diversa, ma questo la gallina non lo tollerava.
—Sai fare l'uovo? — gli chiese.
—No!-
-Allora, non avere opinioni, quando le persone ragionevoli parlano.
L'anatroccolo si mise in un cantuccio, di cattivo umore; poi gli venne da pensare all'aria fresca e al sole. Ebbe una tal voglia di stare a galla sull'acqua, che infine non potè trattenersi, dovette dirlo alla gallina.
—Che ti prende? — gli disse. — Non hai nulla da fare; per questo ti vengono le fantasie! Fai le uova oppure fai le fusa, cosí ti passa! --
Ma è tanto bello stare a galla sull'acqua! — disse l'anatroccolo. —
tanto bello sentirsela passare sulla testa e tuffarsi giú, fino al fondo! -
-Oh! dev'essere un bel divertimento! — disse la gallina. — Sei ammattito, sul serio! Chiedi al gatto, è la persona piú intelligente che conosco; chiedigli se gli piace stare a galla sull'acqua o tuffarsi. Quanto a me, non ne parliamo neppure! Puoi andare tu stesso a domandare alla nostra padrona, la vecchia; piú intelligente di lei non c'è nessuno al Mondo! Credi tu che abbia voglia di stare a galla e di sentirsi passare l'acqua sulla testa?
-Voi non mi capite! — disse l'anatroccolo.
Ah! Noi non ti capiamo! Chi ti capisce, allora? Non pretenderai d'essere piú intelligente del gatto e della padrona; di me non ne parliamo neppure! Non darti delle arie, piccolo! E ringrazia il Creatore per il bene che ti è stato fatto! Non hai trovato qui una stanza calda e una compagnia, dalla quale hai tutto da imparare? Ma tu sei strambo;
non è divertente stare con te! Credi pure a me: se ti dico cose spiacevoli, lo faccio per il tuo bene, è cosí che si riconoscono gli amici veri! Ascoltami, mettiti a far le uova, e impara a far le fusa, oppure a sprizzare scintille! –
–Credo che me ne andrò per il mondo! – disse l'anatroccolo.
–Fai pure! – replicò la gallina.


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