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Favola

 

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— Altezza Reale, più di cinquant'anni fa ho sentito raccontare dal mio povero babbo che laggiù dentro al castello c'è una principessa, la più bella che si sia mai vista, condannata a rimanere addormentata per cent'anni; potrà essere svegliata solo da un principe e a lui andrà in sposa.
Sentito questo, il Principe s'infiammò; credette senza esitazione che sarebbe toccato a lui di far avverare una così meravigliosa profezia. Spinto dall'amore e dal desiderio di gloria, prese la decisione di vedere subito quel che si poteva fare.
Appena si avvicinò al confine del bosco, immediatamente i grandi tronchi d'albero, gli sterpi e le spine, si scansarono di qua e di là per lasciarlo passare. Il principe poté così dirigersi agevolmente verso il castello che si scorgeva in fondo ad un immenso viale, ad un certo punto si accorse però che le persone del seguito erano rimaste tutte indietro perché una volta passato lui, gli alberi si erano richiusi alle sue spalle, sbarrando nuovamente la strada. Ormai solo, continuò ad avanzare con coraggio.
E marcia e cammina, arrivò finalmente in un grande cortile dove tutto quello che gli si presentò avrebbe impietrito chiunque dallo spavento! C'era un silenzio che metteva paura, e ovunque l'immagine della morte era presente: non si vedeva altro che corpi di uomini e animali stesi per terra, apparentemente morti.
Guardando però i nasi gonfi e floridi e le facce rosse accese delle guardie stese ai suoi piedi, il principe si accorse che questi non erano morti ma solo addormentati, e i loro bicchieri, dove c'era ancora qualche goccia di vino, dicevano chiaramente che si erano addormentati bevendo.
Poi s'introdusse in un grande cortile tutto lastricato di marmo; salì su per lo scalone e passò per la sala delle guardie, che stavano tutte dritte sull'attenti, con la loro brava carabina in spalla, russando come contrabbassi. Attraversò poi un'infilata di salotti popolati di gentiluomini e di dame addormentati; alcuni in piedi ed altri seduti. C'era poi una camera dorata fino al soffitto dove, sopra un magnifico letto con le cortine rialzate da ogni lato, gli si offrì il più bello spettacolo che avesse mai visto: una principessa dell'apparente età di quindici o sedici anni, bella come il Sole. Si avvicinò a lei tremando per l'ammirazione, si mise in ginocchio accanto a quel letto e baciò la principessa addormentata. L'incantesimo era finalmente rotto, la principessa si svegliò e guardando il giovane con occhi teneri d'amore gli disse:
— Siete voi, mio principe? Oh! quanto vi siete fatto aspettare!
Toccato dolcemente da quelle parole e più ancora dalla maniera gentile con cui erano state pronunciate, il principe non sapeva come esprimere la sua felicità e la sua riconoscenza. Le disse che l'amava più di sè stesso; e aggiunse una quantità di frasi imbrogliate e confuse che, proprio per questo, piacquero di più.
Frattanto tutto il castello si era destato come la principessa. Ognuno aveva ripreso le sue faccende; e poiché gli altri non erano innamorati, avevano una fame da morire. La Dama d'onore di servizio, che sentiva più degli altri lo stimolo dell'appetito, perdette la pazienza e entrò in camera annunciando a voce alta che la tavola era pronta.
Il Principe aiutò la Principessa ad alzarsi. Lei era vestita magnificamente, e si muoveva con una tal grazia che il principe mai aveva visto prima. Passarono insieme nel salone degli specchi, e lì cenarono, serviti di tutto punto dagli ufficiali della Principessa. I violini e i contrabbassi suonarono nel frattempo delle arie antiche e deliziose quantunque nessuno le suonasse da più di un centinaio d'anni; e appena finito l'ultimo boccone, senza indugi, il grande Elemosiniere di Corte li sposò, celebrando le nozze nella cappella del palazzo.
All'alba il Principe lasciò sola la Principessa per tornare in città, dove suo padre doveva esser di certo preoccupato. Ma non gli raccontò del castello e della principessa addormentata, bensì mentì raccontando che, andando a caccia, si era smarrito nel bosco, che aveva dormito in una capanna mangiando solo pochi bocconi di pane che aveva con sè.
Sua maestà credette a tutte le parole del figlio, ma la regina madre ne restò poco convinta.
Nei giorni seguenti, osservando che il figlio andava a caccia tutte la mattine, e tornava dopo aver dormito fuori di casa per due o tre notti di fila, raccontando sempre storie nuove per giustificarsi,  indovinò che c'era sotto qualche imbroglio amoroso; infatti il principe continuò per un paio d'anni a vedere di nascosto la principessa, ed ebbe da lei due figli: il primo fu una bambina chiamata Aurora, e il secondo un maschio a cui misero nome Sole. visto che nacque ancor più bello della sua sorellina.
La regina madre per non mancare al suo dovere, ribatteva sempre sul fatto che a questo mondo ognuno era libero di fare il proprio comodo, ma lui non ebbe mai il coraggio di confidarle il suo segreto! Le voleva bene; ma ne aveva timore: lei veniva da una famiglia di Orchi, e il Re l'aveva sposata solamente a causa delle sue grandi ricchezze. C'era perfino a corte chi diceva sottovoce che la Regina conservava tutte le inclinazioni degli Orchi di casa sua: quando vedeva passare dei bimbi piccini, riusciva a stento a trattenersi dal saltar loro addosso per mangiarseli vivi. Per questa ragione il Principe stette sempre zitto, e fece benone.
Ma quando il vecchio Re morì, circa due anni dopo, il principe salì sul trono; e appena si sentì padrone di fare a modo suo rese pubblica l'esistenza del proprio matrimonio; finalmente poté recarsi in forma solenne a prendere la moglie nel castello dove era restata nascosta per oltre quattro anni. I popoli della capitale del regno, dove lei fece il suo ingresso con i due bambini per mano, le prepararono un'accoglienza trionfale.
Poco tempo dopo il nuovo Re partì per la guerra contro l'imperatore suo confinante e affidò la reggenza alla Regina madre raccomandandole caldamente sua moglie e i suoi bambini per tutto il tempo della guerra, che doveva durare l'estate intera.
Appena lui ebbe voltato le spalle, la Regina madre mandò la nuora e i nipotini in una casa di campagna in mezzo ai boschi, per poter più facilmente levarsi la voglia orribile che la tormentava.
Un giorno o due più tardi anche la brutta Regina si recò alla villa sicura di poter finalmente realizzare i propri crudeli desideri, non attese neppure un giorno già la sera del suo arrivo chiamò il maggiordomo e tranquillamente gli disse:
— Domani a pranzo voglio mangiare la piccola Aurora.
— Maestà... ma le pare! — esclamò il Maestro di casa.
— Così voglio e così dev'essere — rispose la regina madre, e lo disse col tono di voce dell'Orchessa che si strugge di mangiare la carne tenera.
— Me la cucinerete in salsa di pomodoro.
Il povero maggiordomo, accorgendosi che non era momento di fare osservazioni, preso il suo bravo coltellaccio e salì su nella camera della piccola Aurora.
La bimba poteva avere allora quattr'anni; venne ridendo incontro al maggiordomo e gli saltò al collo con affetto.
Il maggiordomo scoppiò in un pianto dirotto, e il coltello gli cascò di mano. Il buon uomo finì con lo scendere giù nella stalla dove sgozzò un agnellino. Ne ricavò una salsa così squisita, che la regina madre disse di non avere mai mangiato niente di più appetitoso. Quanto alla piccola Aurora, il bravo servitore se l'era portata di soppiatto a casa sua, e l'aveva consegnata alla moglie perché la tenesse nascosta nell'appartamento che abitava in fondo al cortile.
Passarono altri otto giorni e la regina disse la mattina al maggiordomo:
- Stasera a cena voglio mangiare il piccolo Sole. -
Questa volta il maggiordomo non fece nemmeno una osservazione; si mosse subito per cercare il bambino e lo trovò in camera sua con un fioretto in mano che giocava spensierato.
Lo prese e lo portò da sua moglie, che lo tenne nascosto con la sorella Aurora; al posto suo fu scannato un capretto tenero tenero che la scellerata orchessa trovò addirittura ghiotto.
Da quando li aveva portati via, la reginetta, loro madre,  credeva veramente che fossero morti, e ne era distrutta dal dolore. Però almeno la verità, conosciuta solo dal maggiordomo e dalla moglie, era che i bambini erano al sicuro. Ma una sera la vecchia Regina disse al maggiordomo:
— Domani a colazione mi voglio mangiare la mamma con la medesima salsa dei figlioli.
Il povero maggiordomo pensò con raccapriccio che un terzo inganno era assolutamente impossibile. La regina giovane aveva vent'anni suonati; senza contare i cent'anni che aveva vissuto in sonno... doveva essere perciò di pelle piuttosto dura, malgrado l'avesse liscia e bianca, e nella stalla non c'era da trovare di sicuro una bestia che si avvicinasse a quel tipo!
Per salvarsi la vita decise di tagliar la gola alla reginetta per davvero; e corse in camera di lei coll'intenzione di non pensarci due volte. Strada facendo cercava di convincersi e quando passò l'uscio col coltellaccio in mano non volle prenderla così di sorpresa, e con tutto il rispetto le comunicò l'ordine che aveva ricevuto dalla regina madre.
— Fate pure, fate pure — disse la reginetta porgendo il collo - eseguite l'ordine, così andrò a ritrovare i miei figlioli, i miei poveri figlioli tanto cari, a cui volevo tanto bene!
—No, no, Vostra Maestà — rispose il buon maggiordomo tutto intenerito — no davvero, voi non morirete affatto e non per questo vi sarà impedito di rivedere i vostri bimbi. Li vedrete in casa mia dove li tengo nascosti e la vecchia regina mangerà una cerva al vostro posto.
La portò a casa dove la lasciò abbracciata e piangente con i suoi adorati figlioli e subito si avventurò nel bosco per cacciare qualche vecchio animale da servire a tavola al posto della buona reginetta, la fortuna gli venne presto in aiuto facendogli trovare una cerva vecchia e piuttosto malandata; la catturò e se la caricò sulle spalle contento di avere così risolto il grosso problema in cui si trovava, corse a casa e si precipitò in cucina a mettere in salsa la cerva e per tutta la notte lavorò per preparare il pranzo alla crudele regina. La brutta vecchia l'indomani divorò con grande soddisfazione quanto le era stato servito e non si accorse della sostituzione che il maggiordomo con tanta abilità aveva fatto.
La regina era assai contenta della propria crudeltà e già si preparava a dire al Re, quando fosse ritornato dalla guerra, che i lupi avevano divorato la sua giovane sposa e i suoi due bambini.
Una sera, mentre, secondo il suo solito, passeggiava nei cortili e nelle corti di servizio del palazzo, per sentire almeno l'odore della carne cruda, sentì invece da una sala terrena i pianti del piccolo Sole che la mamma voleva castigare perché era stato cattivo e le preghiere di Aurora che chiedeva perdono per il suo fratellino.
Li riconobbe tutti e tre dalla voce e, furibonda per essere stata ingannata, comandò con una voce così terribile da far tremare tutti quanti, che si preparasse in mezzo al cortile d'onore una gran vasca, da riempirsi con rospi, vipere, bisce e serpenti, per gettarci dentro all'alba successiva, la reginetta, i principini, il maggiordomo, sua moglie e la serva.
Appena fatto giorno, tutti erano stati trascinati nel mezzo della corte con le mani legate dietro alla schiena. Erano proprio sul punto di essere gettati nella caldaia quando il re, che nessuno aspettava così presto, entrò a cavallo nel cortile.
Era appena arrivato dalla fine della guerra, in gran fretta, per riabbracciare la moglie, e tutto sorpreso domandò che cosa significava quello spettacolo ignobile. Nessuno osava dirgli la verità, e l'orchessa, disperata di non poter ormai nascondere la propria natura, prese la rincorsa e si tuffò a capofitto nella vasca. Un momento dopo, tutte quelle bestiacce l'avevano divorata.
Il re si tranquillizzò subito vedendo la gioia della sua amata reginetta che stringeva i suoi piccoli figlioletti felici. La contentezza a palazzo fu grande e il re fu lieto di vivere per il resto della propria vita accanto alla sua bella moglie e ai suoi bambini adorati!



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