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Favola

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La donna li guardò, con gli occhi lucidi di lacrime.
— Poverini, siete capitati proprio male. Questa è la casa di mio marito, un Orco ghiottissimo di bambini. Se vi vede, vi mangerà tutti.
Pollicino che tremava come una foglia per il freddo e lo sfinimento, rispose:
— Se restiamo nella foresta, ci mangeranno di sicuro i lupi. Mangiati per mangiati, scegliamo l'Orco: forse, se gli raccontiamo la nostra storia, riusciremo a commuoverlo.
La moglie dell'Orco, che aveva il cuore tenero, si lasciò convincere: permise ai sette fratellini di entrare in casa, li fece asciugare accanto al fuoco e dette loro una buona cena. Avevano appena ingoiato l'ultimo boccone, che si sentì bussare dei gran colpi alla porta: era l'Orco che rincasava!
Sua moglie nascose i bambini sotto la credenza, e corse ad aprire. L'Orco entrò, enorme, bruttissimo, portava in spalla le carcasse di tre cervi che aveva ucciso poco prima. Appena entrato, cominciò a fiutare a destra e a sinistra, insospettito.
Ucci ucci sento odor di cristianucci!
Ma no, e l'odore della carne dei cervi — disse sua moglie,
tremando.
Ma l'Orco non si lasciava ingannare, conosceva troppo bene l'odore di carne umana.
Ucci ucci sento odor di cristianucci!
Si diresse spedito verso la credenza, e con le sue manone tirò fuori uno per uno i sette fratellini, più morti che vivi per la paura. — Bene, benissimo. Ecco un ottimo pranzo per domani. E cominciò ad affilare un enorme coltello.
Aveva già afferrato per il collo il fratellino più grande, quando sua moglie intervenne.
Perché vuoi ammazzarli proprio stasera? Domani cucinerò i tre cervi, ce, n'è d'avanzo per pranzo e cena.
Hai ragione, moglie — borbottò l'Orco. — Visto che sono tanto magri, li farai ingrassare per qualche giorno, poi organizzeremo un gran banchetto e inviterò altri orchi amici miei.
La moglie dell'Orco sospirò di sollievo: per il momento i bambini erano salvi. Li mise a dormire nella stessa stanza in cui già riposavano le sette figlie dell'Orco, sette bambine bruttissime e crudeli come il padre, che portavano in testa una coroncina d'oro. In un gran letto le sette figlie dell'Orco, in un letto uguale, lì accanto, i sette fratellini.
Pollicino, che alla luce della candela aveva notato le coroncine d'oro delle figliole dell'Orco, e temendo che questi si pentisse di non averli uccisi quella sera stessa, tramò uno stratagemma: prese il suo berretto e quelli dei fratelli e li mise in testa alle figlie dell'Orco, dopo
aver tolto loro le coroncine d'oro, che sistemò sui suoi capelli e su quelli dei fratelli.
L'Orco, intanto, che dormiva in un'altra stanza, si svegliò, pentito di aver rimandato all'indomani l'uccisione delle sue vittime. Afferrò il coltellaccio e salì in camera delle figlie. Al buio, a tentoni, si avvicinò al letto dove dormivano i sette fratellini. Pollicino, che batteva i denti per la paura, sentì la manaccia dell'orco toccargli la testa e la coroncine, poi un'esclamazione soffocata:
— Povero me, stavo per farla grossa. Per poco non sgozzavo le mie figliole!
Si avvicinò all'altro letto, tese la mano, tastò i berretti di lana ruvida e sghignazzò:
— Eccoli qui, quei monelli. Mano al coltello.
E, senza esitare, tagliò sette gole. Poi tornò in camera sua e riprese il sonno interrotto; un momento dopo russava così forte da far tremare le pareti di casa. Allora Pollicino svegliò i fratelli, raccontò loro l'accaduto e tutti insieme decisero di fuggire immediatamente.
Nel più profondo silenzio lasciarono l'abitazione dell'Orco e raggiunsero la foresta. Corsero per tutta la notte, senza neanche sapere da che parte si dirigevano.
La mattina seguente l'Orco si svegliò e per prima cosa salì nella camera per prendere le sue vittime e cucinarle. Figurarsi come rimase quando si accorse che aveva ucciso le sue figliole e che i sette bambini erano scomparsi!
Cieco di rabbia infilò gli stivali magici che ad ogni passo facevano sette leghe, e si lanciò all'inseguimento. Dopo un po' aveva già trovato le tracce dei fuggiaschi, che ormai non erano molto lontano
dalla capanna dei genitori. Pollicino lo vide da lontano e, senza perdersi di coraggio, fece nascondere i fratellini in una caverna vicina.
Intanto l'Orco era a pochi passi, ma cominciava a sentirsi stanco per tutta la strada fatta con gli stivali magici, e decise di schiacciare un sonnellino, proprio davanti all'entrata della grotta dove erano nascosti i sette fratellini. Allora Pollicino ordinò ai bambini di correre a casa dai genitori e mettersi in salvo, poi si avvicinò all'Orco e pian piano gli sfilò gli stivali delle sette leghe. Erano stivali immensi, fatti su misura per l'Orco, ma erano anche stivali fatati e così, non appena Pollicino li ebbe calzati, cominciarono a rimpicciolire finché non divennero proprio della sua misura.
— E ora, con questi stivali magici, andrò in cerca di fortuna, in modo che nessuno di noi soffra più fame e miseria — disse Pollicino.
E si mise in cammino. Sette leghe a ogni passo, ben presto arrivò molto lontano, in un regno dove si combatteva una terribile guerra, e seppe che il re era in gran pensiero per l'esito della battaglia, e che avrebbe pagato chissà quanto per avere notizie. Pollicino si presentò a
palazzo reale e disse che in un'ora o anche meno avrebbe raggiunto il lontano campo di battaglia e portato notizie. In cambio chiedeva diecimila scudi d'oro. Il re acconsentì immediatamente, e un'ora più
tardi, per merito degli stivali delle sette leghe, Pollicino era di ritorno a corte con ottime notizie sull'esito della battaglia. Il re, soddisfatto, gli pagò subito la somma promessa e inoltre lo ricoprì di regali.
Il giorno seguente Pollicino, con i magici stivali, raggiunse in un batter d'occhio la capanna dei genitori, accolto con gran gioia da tutti.
E la gioia aumentò ancora quando tirò fuori da un sacco un gran mucchio di monete d'oro, tante da non contarle neanche. E da quel giorno vissero tutti felici, nell'abbondanza.
E la a
 

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