Favola
< Pagina Precedente Pagina 2 di 2
La donna li guardò, con gli occhi lucidi di lacrime.
— Poverini, siete capitati proprio male. Questa è la casa di mio marito,
un Orco ghiottissimo di bambini. Se vi vede, vi mangerà tutti.
Pollicino che tremava come una foglia per il freddo e lo sfinimento,
rispose:
— Se restiamo nella foresta, ci mangeranno di sicuro i lupi. Mangiati
per mangiati, scegliamo l'Orco: forse, se gli raccontiamo la nostra
storia, riusciremo a commuoverlo.
La moglie dell'Orco, che aveva il cuore tenero, si lasciò convincere:
permise ai sette fratellini di entrare in casa, li fece asciugare
accanto al fuoco e dette loro una buona cena. Avevano appena ingoiato
l'ultimo boccone, che si sentì bussare dei gran colpi alla porta: era
l'Orco che rincasava!
Sua moglie nascose i bambini sotto la credenza, e corse ad aprire.
L'Orco entrò, enorme, bruttissimo, portava in spalla le carcasse di tre
cervi che aveva ucciso poco prima. Appena entrato, cominciò a fiutare a
destra e a sinistra, insospettito.
Ucci ucci sento odor di cristianucci!
Ma no, e l'odore della carne dei cervi — disse sua moglie,
tremando.
Ma l'Orco non si lasciava ingannare, conosceva troppo bene l'odore di
carne umana.
Ucci ucci sento odor di cristianucci!
Si diresse spedito verso la credenza, e con le sue manone tirò fuori uno
per uno i sette fratellini, più morti che vivi per la paura. — Bene,
benissimo. Ecco un ottimo pranzo per domani. E cominciò ad affilare un
enorme coltello.
Aveva già afferrato per il collo il fratellino più grande, quando sua
moglie intervenne.
Perché vuoi ammazzarli proprio stasera? Domani cucinerò i tre cervi, ce,
n'è d'avanzo per pranzo e cena.
Hai ragione, moglie — borbottò l'Orco. — Visto che sono tanto magri, li
farai ingrassare per qualche giorno, poi organizzeremo un gran banchetto
e inviterò altri orchi amici miei.
La moglie dell'Orco sospirò di sollievo: per il momento i bambini erano
salvi. Li mise a dormire nella stessa stanza in cui già riposavano le
sette figlie dell'Orco, sette bambine bruttissime e crudeli come il
padre, che portavano in testa una coroncina d'oro. In un gran letto le
sette figlie dell'Orco, in un letto uguale, lì accanto, i sette
fratellini.
Pollicino, che alla luce della candela aveva notato le coroncine d'oro
delle figliole dell'Orco, e temendo che questi si pentisse di non averli
uccisi quella sera stessa, tramò uno stratagemma: prese il suo berretto
e quelli dei fratelli e li mise in testa alle figlie dell'Orco, dopo
aver tolto loro le coroncine d'oro, che sistemò sui suoi capelli e su
quelli dei fratelli.
L'Orco, intanto, che dormiva in un'altra stanza, si svegliò, pentito di
aver rimandato all'indomani l'uccisione delle sue vittime. Afferrò il
coltellaccio e salì in camera delle figlie. Al buio, a tentoni, si
avvicinò al letto dove dormivano i sette fratellini. Pollicino, che
batteva i denti per la paura, sentì la manaccia dell'orco toccargli la
testa e la coroncine, poi un'esclamazione soffocata:
— Povero me, stavo per farla grossa. Per poco non sgozzavo le mie
figliole!
Si avvicinò all'altro letto, tese la mano, tastò i berretti di lana
ruvida e sghignazzò:
— Eccoli qui, quei monelli. Mano al coltello.
E, senza esitare, tagliò sette gole. Poi tornò in camera sua e riprese
il sonno interrotto; un momento dopo russava così forte da far tremare
le pareti di casa. Allora Pollicino svegliò i fratelli, raccontò loro
l'accaduto e tutti insieme decisero di fuggire immediatamente.
Nel più profondo silenzio lasciarono l'abitazione dell'Orco e
raggiunsero la foresta. Corsero per tutta la notte, senza neanche sapere
da che parte si dirigevano.
La mattina seguente l'Orco si svegliò e per prima cosa salì nella camera
per prendere le sue vittime e cucinarle. Figurarsi come rimase quando si
accorse che aveva ucciso le sue figliole e che i sette bambini erano
scomparsi!
Cieco di rabbia infilò gli stivali magici che ad ogni passo facevano
sette leghe, e si lanciò all'inseguimento. Dopo un po' aveva già trovato
le tracce dei fuggiaschi, che ormai non erano molto lontano
dalla capanna dei genitori. Pollicino lo vide da lontano e, senza
perdersi di coraggio, fece nascondere i fratellini in una caverna
vicina.
Intanto l'Orco era a pochi passi, ma cominciava a sentirsi stanco per
tutta la strada fatta con gli stivali magici, e decise di schiacciare un
sonnellino, proprio davanti all'entrata della grotta dove erano nascosti
i sette fratellini. Allora Pollicino ordinò ai bambini di correre a casa
dai genitori e mettersi in salvo, poi si avvicinò all'Orco e pian piano
gli sfilò gli stivali delle sette leghe. Erano stivali immensi, fatti su
misura per l'Orco, ma erano anche stivali fatati e così, non appena
Pollicino li ebbe calzati, cominciarono a rimpicciolire finché non
divennero proprio della sua misura.
— E ora, con questi stivali magici, andrò in cerca di fortuna, in modo
che nessuno di noi soffra più fame e miseria — disse Pollicino.
E si mise in cammino. Sette leghe a ogni passo, ben presto arrivò molto
lontano, in un regno dove si combatteva una terribile guerra, e seppe
che il re era in gran pensiero per l'esito della battaglia, e che
avrebbe pagato chissà quanto per avere notizie. Pollicino si presentò a
palazzo reale e disse che in un'ora o anche meno avrebbe raggiunto il
lontano campo di battaglia e portato notizie. In cambio chiedeva
diecimila scudi d'oro. Il re acconsentì immediatamente, e un'ora più
tardi, per merito degli stivali delle sette leghe, Pollicino era di
ritorno a corte con ottime notizie sull'esito della battaglia. Il re,
soddisfatto, gli pagò subito la somma promessa e inoltre lo ricoprì di
regali.
Il giorno seguente Pollicino, con i magici stivali, raggiunse in un
batter d'occhio la capanna dei genitori, accolto con gran gioia da
tutti.
E la gioia aumentò ancora quando tirò fuori da un sacco un gran mucchio
di monete d'oro, tante da non contarle neanche. E da quel giorno vissero
tutti felici, nell'abbondanza.
E la a
<< Pagina Precedente Pagina 2 di 2

Stampa questa pagina